Sia Salice o Biancospino, io bevo vino.

Non abbandono niente
se non il fiore sull’asfalto
se non il sole tra i miei denti
per ingoiarlo a fondo
come gli ingordi il dolce
nella settimana di digiuno.

Frammento a vuoto il tempo
riempiendolo di niente
mentre muta la campana
suona la mezz’ora
ed ignora lenta il vento
che gli sferza forte addosso.

Saltello allegramente
sulla terra appena smossa,
nuova vita dal mio fiore morto
che sia salice o biancospino
– non mi importa, bevo vino.

Narcolettica visione del delirio

Pelle neve nell’ardore
nei deliri d’osmosi,
grandi nubi –

i tuoi riflessi

sui vetri rotti, lame gelide
svuotando il tempo
correndo controvento
i capelli sulle labbra
il sentiero in penombra
io inseguo le tue linee
abbandonate – s c  i  o  l  t e
allo sciorinare del vento
nell’inutile cercare –

le tre di notte

ed in provincia tutto è chiuso.
Nel poetico vagabondare
rapisciti nelle tue parole

– ascoltami

ma sei dipinta, l’essenza
intrisa
del mio non essere, vita amplessa
sigaretta unita al cemento
lo sputo nel convento
borchia d’oro all’Operà
– narcolettica visione
unirti al tabacco umido
misto ad aria stantia
saresti viaggio e meta
parola incompleta
graffio al viso
petto granito
miraggio
sparo.

I fili elettrici scoperti

Lascio fili elettrici scoperti

mordendoli – quale ratto distratto
in questo astratto lago
sorpreso nel naufragare vuoto.

Quali tuffi a vuoto
– elettrizzante nuvola?
Passeggiare, certo – traballa
nel valzer ubriaco
– in danzante delirio
che asciutto si protrae
nel collerico tremito.

Brivido astratto – colletto macchiato
imbiancato dal fremito inerme
dove si specchia il vuoto –
il circolo rabbioso, ripete.